Il diverso che fa paura: se la storia non insegna

La storia che si impara ma non insegna nulla

Diverso. Forse la parola più sentita in questo nostro spaccato di vita contemporanea è proprio quella che in passato ha fatto tremare il mondo. Se c’è una costante nella storia del mondo è proprio la scarsa tolleranza verso il difforme, i cui effetti sono stati disastrosi e avvilenti per l’uomo.

Ogni 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, per non dimenticare le vittime della Shoah. Questa triste pagina di storia, però, sembra che venga studiata ma non insegni molto. Tant’è vero che sempre più spesso, oggi, l’odio e la diffidenza per il diverso tornano alle nostre orecchie e ai nostri occhi.

Un mondo sempre più frenetico

Ma per parlare oggi del diverso, dobbiamo per forza soffermarci a notare le diversità del nostro tempo. Per esempio, la velocità caratterizza le nostre vite. Abbiamo sempre meno tempo per fare le cose: giostrarci tra gli impegni ci rende funamboli alla ricerca di un equilibrio che appare sempre più precario. Ognuno intento a raggiungere l’obiettivo, tutti impegnati a guardare solo in avanti per evitare il rischio di cadere.

Spostare lo sguardo altrove, anche solo per osservare chi ci viaggia vicino, diventa difficile. Impossibile, invece, è tendergli la mano. Accettiamo con fastidio chi si accosta alla nostra fune. Non tolleriamo chi per restare in piedi decide di occuparla, anche solo per breve tempo.

Colui che provoca più paura è l’altro, colui che non ti saresti aspettato. È l’inconsueto lontano da te e nel quale non riesci a riconoscerti che si vive come un fastidio, un disagio. Il diversi è sicuramente lo spauracchio costante di una storia che si ripete. È lui il capro espiatorio che ci fa sentire giusti anche quando sbagliamo, corretti anche compiendo le azioni più aberranti, sensibili nel momento di massimo egoismo. 

Si chiami emigrante, disabile, omosessuale, nella maggior parte dei casi il risultato è lo stesso. È lui l’impudente che tenta di saltare sopra il nostro filo. È lui lo sfacciato che potrebbe chiederci aiuto. Non sono in pochi a pensare che questa persona non meriti empatia e si vuole nascondere l’egocentrismo dietro un: “dopo tutto è abusivo mentre io a casa mia”.

Un riflesso scomodo

Sembriamo essere tutti in lotta costante per ritagliarci il nostro pezzo di mondo. Un posto che il prossimo pare volerci rubare. La competizione diviene inevitabile, la paura dovuta, il disprezzo giustificato. La convinzione di essere nel giusto, ha sempre reso i disseminatori d’odio gli unici detentori della verità assoluta.  Chi prova astio non si accorge che spesso ciò che temiamo di più è tale perché nasconde la paura profonda di ritrovarsi un giorno nella medesima situazione criticata. Si giudica per timore di essere giudicati.

È bello sentirsi difformi sui social: sui nostri profili puntiamo a distinguerci dalla massa. È nella nostra vetrina personale che ci mostriamo speciali, unici. La situazione sarebbe diversa se la nostra unicità diventasse emarginazione. Può, dunque, il re perdere la corona? Potrebbe accadere a chiunque di passare in un attimo dalla parte dell’accusatore a quella dell’accusato.

La diversità ha valenza negativa solo quando chiudiamo mente e cuore.  Sono gli occhi del pregiudizio a distorcere la realtà. Se guardassimo il mondo come andrebbe guardato, se vivessimo il prossimo con la purezza dei bambini, se aiutassimo l’altro senza sperare in un tornaconto personale ci accorgeremmo di non essere poi così lontani. Avremmo la consapevolezza di essere tutti meravigliosamente diversi e per questo, allo stesso tempo non distanti. 

Dalla bacheca di Sergio Guttilla:

“Se fosse tuo figlio

riempiresti il mare di navi

di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme

a milioni

facessero da ponte per farlo passare. 

Premuroso,

non lo lasceresti mai da solo

faresti ombra

per non fare bruciare i suoi occhi, 

lo copriresti

per non farlo bagnare 

dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,

uccideresti il pescatore che non presta la barca,

urleresti per chiedere aiuto,

busseresti alle porte dei governi per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,

odieresti il mondo, odieresti i porti

pieni di navi attraccate.

Odieresti chi li tiene ferme e lontane

da chi, nel frattempo

sostituisce le urla

con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti

vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.

Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti,

vorresti spaccargli la faccia,

annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa

non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo

e soprattutto sicuro.

Non è tuo figlio

E’ solo un figlio dell’umanità perduta,

dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente

non è il tuo.”

29 giugno 2018